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Sursum corda


Diario


17 febbraio 2009

THE DAY AFTER

 Oggi i giornali, i siti web, i blog sono pieni di riflessioni, attacchi, critiche, analisi politiche più o meno approfondite, interviste e lacrime di coccodrillo.

C’è chi da la responsabilità a Veltroni, chi dice che non è colpa sua benché non sia stato in grado di far decollare il progetto del Partito Democratico, chi sottintende il complotto e il voto disgiunto per nascondersi dietro al solito dito.

Veltroni ha messo il suo mandato a disposizione: che le dimissioni si accettino o si respingano, niente ipocrisia dell’impegno degli oligarchi per la gestione collegiale. E’ un altro modo per continuare a fare l’equilibrista e non prendere decisioni.

Il problema, a mio sommesso parere, è proprio questo. Il PD, da quando è stato fondato, non ha mai definito nulla. Ha giocato a rimpiattino con la maggioranza attestandosi su quella che Crozza ha, immediatamente ed in modo arguto, denominato la politica del “ma anche”. Si è rivolto ai laici lasciando che i teodem intessessero la loro rete, ha perso credibilità a sinistra senza prendere atto che i cattolici a destra hanno diverse case dove collocarsi. Ha abdicato a rivendicare qualsiasi tipo di ideologia, è tracollato sulla questione morale, annaspa tra iniziative liberali ed appoggi a provvedimenti antidemocratici.

Veltroni era partito bene col discorso di Torino, qualcuno di noi ci aveva anche creduto. Il problema è che non ci ha creduto lui, o forse non ce l’ha fatta. All’interno di questa strana ameba ci sono forze in campo che non poteva dominare. La mia stima, per quanto possa valere, perché comunque ci ha provato.

Credo che il fallimento del PD sia senza ritorno. Continuo a sostenere che l’Italia non sia ancora matura per il bipartitismo. Mi viene da ridere quando si invoca come valore primario la stabilità politica: quello che conta è una leadership capace di far crescere un paese. L’esperienza di questi ultimi venti anni ha dimostrato che la frenetica ricerca dell’unità dei due poli ha scatenato una divisione netta del paese. Le forze in campo si contrastano, si insultano, tendono a prevaricare, con buona pace dello sviluppo dell’Italia. Mi duole ammetterlo, ma quando c’è era il pentapartito quanto meno le forze in campo si bilanciavano e nessuno poteva sentirsi legibus solutus.

I particolarismi nel nostro paese erano e sono tuttora radicati: il nord e il sud sono realtà diverse e inconciliabili, i laici e i cattolici si sbranano su questioni etiche, le forze politiche che, in linea di principio potrebbero appartenere ad una stessa area politica, continuano con i loro distinguo a mantenere le distanze tra di loro. Nel PDL un leader carismatico – figura così amata dall’italiano – riesce a costringere tutti nel loro recinto. Nell’accozzaglia di leader sopravvissuti dall’altra parte nessuno è disposto a fare un passo indietro.

Veltroni potrà anche dimettersi, ma non cambierà assolutamente niente. L’Italia è fondamentalmente un paese di centro destra. Ci sono stati alcuni momenti, anche esaltanti, in cui si è pensato che l’Ulivo avrebbe potuto realizzare il grande progetto dell’unità del centro sinistra. In realtà nel nostro paese non può esistere per definizione il centro sinistra perchè continuano ad esserci le stesse divisioni che hanno caratterizzato la politica dal dopoguerra: c’è chi è a sinistra, chi con varie sfumature si posizione in un grande centro informe che tende a dominare e chi sta a destra. Prendere i voti del centro è solo una illusione.

Francesco De Gregori, Pezzi




permalink | inviato da Efesto il 17/2/2009 alle 15:54 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (24) | Versione per la stampa
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